L’ ITALIA E IL DILUVIO

L’ ITALIA E IL DILUVIO

L’Italia è uno dei paesi a maggior rischio idrogeologico, caratterizzato da una specifica conformazione geomorfologica che facilita l’innesco dei fenomeni propri di questo rischio: le alluvioni e le frane. Alla predisposizione naturale si associa il contributo antropico, ovvero l’azione dell’uomo sul territorio ed i cambiamenti climatici che hanno prodotto un’alternanza di effetti, periodi di forti ed ingenti temporali e periodi di grandi siccità.
Le cosiddette bombe d’acqua si ripetono nel nostro Paese ormai da diversi anni, con effetti gravi e drammatici; solo tra le più recenti a memoria si ricordano: la recente alluvione di Carrara e di Chiavari, con due vittime sepolte dal fango; l’alluvione a Genova e in Maremma dell’ottobre 2014, che ha provocato tre morti; l’alluvione di Modena del gennaio 2014, con un volontario disperso e 600 persone evacuate; l’alluvione in Sardegna il 18 novembre 2013, con 16 vittime e quasi 3.000 sfollati; l’alluvione della Maremma grossetana, il 12 novembre 2012, con cinque vittime ed una sesta persona morta dopo un mese di rianimazione; l’alluvione in provincia di Messina del novembre 2011, con tre morti travolti dal fango; l’alluvione di Genova sempre nel novembre 2011 – 500mm di pioggia in cinque ore – con sei vittime e cento sfollati; l’alluvione della Lunigiana del 25 ottobre 2011, con dieci morti.

Sebbene le cause di questi disastri ambientali siano note così come i rimedi, i tempi per la realizzazione dei riassetti territoriali, specie in assenza di circolazione di moneta, bloccata dal patto di stabilità, e con una legislazione impreparata all’emergenza, sono lunghi, lunghissimi. Mentre le bombe d’acqua continuano a cadere, indifferenti, su persone e territori impreparati.
Alla drammatica esperienza del diluvio si associa quella della consapevole impotenza: ecco così aprirsi improvvise voragini, crollare muri, interi quartieri inondati, attività artigianali travolte dal fango.

Se si assume che il diluvio non è più per il nostro Paese un evento eccezionale, che si sono individuati programmi di lungo termine globali e locali per limitare le cause, che la dotazione infrastrutturale non è adeguata a sopportare questi terribili eventi naturali, occorre nel breve periodo, ovvero subito, agire sulle infrastrutture, idriche e viarie, per far fronte alle emergenze e per proteggere la popolazione dalla furia degli eventi.
Secondo uno studio condotto dalla Protezione civile e da Legambiente, Ecosistema rischio 2013, sono ben 6.631 (sugli 8.071 totali) i Comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico, l’82% del totale. Potenzialmente esposti al rischio sono 5,8 milioni di persone, 2,4 milioni di famiglie e 1,3 milioni di edifici.
Un recente studio dell’ISPRA ha stimato i costi dovuti ai danni dovuti al dissesto idrogeologico dal 1944 al 2012 in oltre 61 miliardi di euro, ed i fondi necessari per la messa in sicurezza in 40 miliardi di euro. La quota destinata al dissesto idrogeologico nell’ultima legge di stabilità per il triennio 2014-2018 è pari a soli 180 milioni di euro.
Quindi i fondi che lo Stato ha assegnato al dissesto idrogeologico sono assolutamente inadeguati; le risorse stanziate per interventi di prevenzione sono state limitate e utilizzate per fronteggiare interventi di prima emergenza anziché utilizzate per mettere in atto opere di difesa e prevenzione del suolo.
Dal 2012 ad oggi, secondo quanto è emerso da un’audizione tenutasi nel marzo 2014 presso la Commissione Ambiente al Senato, sono stati stimati danni da alluvioni e esondazioni di ammontare pari a 3,5 miliardi di euro; ma lo Stato ha stanziato soltanto 450 milioni e dichiarato 19 stati di emergenza.

La difesa del suolo è certamente una delle opere pubbliche più significative e urgenti di cui ha bisogno il nostro Paese, per la quale è necessario predisporre misure adeguate:

  • una pianificazione delle attività di prevenzione del dissesto idrogeologico e di difesa del suolo , con controlli e monitoraggi eseguiti facendo esplicito riferimento privilegiato all’occupazione giovanile;
  • un provvedimento normativo che regolamenti la sicurezza del territorio e le modalità di acquisizione e monitoraggio dei dati riguardanti i fenomeni idrogeologici;
  • misure per sottrarre gli investimenti per la prevenzione dei disastri idrogeologici dai vincoli del patto di stabilità.

 

Un’altra soluzione possibile da parte dello Stato Centrale sarebbe quella di favorire ed incentivare l’adozione di forme di assicurazione obbligatoria contro il rischio idrogeologico per tutti i comuni italiani, per tutti i cittadini e per le strutture pubbliche (Scuole, Università Ospedali etc.), concorrendo nella quota a carico degli assicurati; tale soluzione consentirebbe di ridurre i costi a carico dello Stato in caso di eventi calamitosi garantendo ai cittadini di poter procedere alla riparazione dei danni subiti.
L’ Italia, con l’acqua alla gola, si rende conto di essere sola, senza sovrano o con sovrani di carta. Il diluvio ha messo ancora una volta a nudo la miseria  della sua classe dirigente e la dignità del suo popolo, che in tutti i casi si è mosso facendo da solo,  con nessuno o pochi aiuti da parte delle istituzioni, malate di burocrazia e di codardia. Istituzioni che nulla hanno fatto in questi anni,  pur conoscendo cause e rimedi.
Ora, come può la stessa classe dirigente, pubblica e privata, che ha ampiamente partecipato allo scempio edilizio e ha dimenticato di mettere in sicurezza la rete idrica, pur conoscendone tempi, metodi e costi,  che neanche sa cosa significa innovazione ma ben conosce i lunghi tempi della macchina delle deleghe burocratiche, dei protocolli, delle conferenze di servizio, come può questa stessa classe dirigente proporsi senza vergogna per risolvere il problema del dissesto idrogeologico del nostro paese ?
Problema che certamente dipende da fattori originari – il cambiamento climatico e la speculazione edilizia – ma viene fortemente ampliato da fattori secondari – inettitudine burocratica, asservimento politico ai principi europei del patto di stabilità, generale mediocrità della classe politica centrale e locale – che non solo non hanno risolto le cause originarie ma hanno contribuito ad accrescerne il potere distruttivo sul territorio ed a deprimere colpevolmente la popolazione, accrescendo in forma esponenziale il senso di vulnerabilità e insicurezza.
Se  i condoni edilizi sono tentati omicidi al nostro territorio, come dice il ministro dell’ambiente Galletti, lo è anche, e a mio parere soprattutto,  il patto di stabilità che non ha permesso, specie dall’era Monti in poi e con grave colpa, alcun tipo di spesa sociale per la difesa del suolo e della popolazione.

Gian Piero Joime