Made in Italy?

Made in Italy?

Chi ha detto che non si può fare impresa in Italia?

Sono molti gli esempi di chi ci riesce, certo bisogna un po’ “ingegnarsi”, come fanno alcuni immigrati che sfruttano il lavoro in Italia per aiutare chi è rimasto nel paese d’origine, e fin qui andrebbe tutto bene. Meno bene se si verifica effettivamente cosa succede, e sono ormai numerosi i casi rilevati di “procedure anomale”. Emergono così numerosi casi di sfruttamento dei lavoratori – fino al regime di quasi schiavitù rilevato in diversi casi in Toscana – con lavoro nero anche finalizzato alla produzione di prodotti contraffatti. Prodotti poi commercializzati senza la documentazione fiscale i cui ricavi non restano nemmeno in Italia ma con vari espedienti vengono “esportati”.

Il danno per il nostro paese è enorme e le cifre sono ormai importanti. Oltre al danno ai lavoratori, ne subisce il fisco, il welfare, il mercato stesso; i soldi infatti girano in nero, non producono tasse e nemmeno creano movimento in Italia perché vengono spostati all’estero, anche qui in modo esentasse.

È questo il modo di fare impresa in Italia? Perché lasciamo che il paese venga così truffato e depredato? Perché solo un imprenditore “nostrano” che tenta di fare le cose per bene, viene inesorabilmente vessato per ogni minima irregolarità, anche quando evidentemente si tratta di difficoltà nel rispettare i mille cavilli delle nostre norme e non di malafede?

L’imprenditorialità sana va sostenuta e non umiliata; le regole esistenti devono essere tali per tutti e non per alcuni, e nuove norme devono impedire le nuove truffe, che sono a danno di tutti noi.

Il “Made in Italy” è un valore vero, uno dei pochi che ancora ci restano: tutto deve essere fatto per preservarlo, e il vantaggio deve essere solo per i cittadini italiani.

I nostri Comuni non devono essere condotti da chi fino ad oggi non ha impedito tutto questo: bisogna cambiare! Nuove elezioni amministrative si avvicinano.

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