Dopo la lunga pausa estiva, i riflettori sono tornati ad accendersi anche sulla questione del premierato. Giorgia Meloni, nel suo intervento al Meeting di Rimini, ha ribadito con decisione l’importanza della riforma istituzionale, confermando che per il Governo resta una priorità. (abbiamo pubblicato qui lo spezzone)
Noi sappiamo che se ne è parlato, lo abbiamo registrato, ma al momento il quadro resta sostanzialmente fermo. L’estate è trascorsa senza scossoni, la discussione parlamentare è rimasta sospesa e, di fatto, non ci sono stati avanzamenti concreti. Ora, con la ripresa dell’attività politica e istituzionale, il tema torna nell’agenda pubblica: se ne parla di nuovo, ma non siamo ancora in una fase operativa.
Questa apparente immobilità non deve sorprendere: da un lato la presidente del Consiglio ha bisogno di mantenere alta l’attenzione mediatica, dall’altro la maggioranza conosce bene i rischi di forzare i tempi in una fase in cui i numeri e i consensi non sono scontati.
Il punto vero, come più volte abbiamo segnalato, è che la decisione strategica riguarda il “quando” e non il “se”: il Governo non sembra intenzionato a rinunciare alla riforma, ma valuta con estrema cautela le scadenze, sapendo che la partita decisiva si giocherà sul referendum confermativo.
Insomma: registriamo segnali, li analizziamo, restiamo vigili. Ma la sostanza non cambia: dopo la pausa estiva siamo ancora ai blocchi di partenza, e sarà nei prossimi mesi che capiremo se e come la maggioranza vorrà accelerare davvero.
LE OBIEZIONI ALLA RIFORMA
Se ti dicono:
“Il premierato iperpersonalizza la politica e mette in secondo piano i programmi.”
Rispondi così:
La politica è iperpersonalizzata ormai da decenni, e non solo in Italia. Nessuno va a votare un programma: andando alle urne, abbiamo sempre in mente una persona. Tramontate le ideologie del Novecento, le sfide elettorali oggi sono sfide tra persone, non tra macrosistemi.
Da Berlusconi in poi, e in modo ormai irreversibile nell’era dei social, l’elettorato guarda al leader del partito e della coalizione più che al programma elettorale. Difficile trovare un sistema e un Paese in cui le persone vadano al voto con in mano il programma di governo o l’elenco dei quadri intermedi del partito; tutti conoscono invece il nome del/della leader, che funge da garante e da catalizzatore del voto.
Si può desiderare che non sia così, si può auspicare un elettorato più maturo e informato, ma non si può negare la realtà: chi va a votare in Italia (e sono sempre meno persone) vota già per un premier, in pectore.