Nella settimana appena trascorsa si è tornati a parlare di premierato, ma allo stesso tempo la discussione del relativo disegno di legge è stata rimossa dal calendario di maggio della Camera, senza indicazioni di una nuova data.
Andiamo con ordine e cerchiamo di capire il perché di questa apparente contraddizione.
Mercoledì 7 maggio, durante il question time al Senato, Meloni ha ribadito con forza che il premierato rappresenta la “madre di tutte le riforme” e, riguardo ai tempi di approvazione, ha aggiunto: “non dipende da me… perché è responsabilità del Parlamento. Ma sicuramente la maggioranza è intenzionata a procedere spedita”.
Quindi, decodificando i vari segnali, pare ormai chiaro che da un lato la Presidente del Consiglio è convinta di voler fare la riforma, ma dall’altro è più cauta sui tempi, sapendo in cuor suo che il referendum confermativo converrebbe tenerlo nella nuova legislatura (quindi nell’autunno del 2027 o nella primavera del 2028, come ipotizzato da noi qualche settimana fa). Da qui il “non dipende da me” e lo scarico di responsabilità sul parlamento e sulla difficoltà nell’incedere.
Per noi, invece, la direzione è molto chiara. Le tre modifiche che da tempo richiediamo (ballottaggio, neutralità del presidente della Repubblica e statuto delle opposizioni, qui la sintesi) e poi via spediti verso l’approvazione.

Da ultimo, come ormai siamo soliti fare, vi forniamo alcuni argomenti per rispondere in maniera fattiva e oggettiva a coloro che vi dovessero incalzare con critiche alla riforma.
LE OBIEZIONI ALLA RIFORMA
Se ti dicono:
“Il premierato ci espone al rischio di una dittatura”
Rispondi così:
Le tragiche dittature che abbiamo conosciuto più da vicino nel secolo scorso sono nate in corrispondenza di una forte instabilità politica e sociale (il caos della Repubblica di Weimar in Germania favorì l’ascesa di Hitler, come in Italia i dodici governi tra il 1910 e il 1922 crearono le condizioni politiche per l’affermazione dell’uomo forte Mussolini).
Una riforma che vada nella direzione di una maggior stabilità non aumenta, ma al contrario riduce, il rischio di una domanda popolare verso soluzioni autocratiche.
Nel nostro Paese c’è una certa confusione tra i concetti di responsabilità politica, leadership e dittatura. Un capo solido, che decide e si prende le responsabilità assegnategli, e che governa per una periodo limitato (uno, massimo due cicli di cinque anni) non è un dittatore: è una persona che sta facendo il suo lavoro (in Francia ad esempio, dove il semipresidenzialismo è in vigore da quasi 70 anni, non ci pare si sia mai sfiorato il rischio di una deriva autoritaria).
Inoltre, devono essere previsti adeguati contropoteri (parlamento, opposizione, Presidente della Repubblica neutrale, corte costituzionale, ecc.), che siano anch’essi stabili ed efficaci, come da sempre suggeriamo con le nostre proposte di modifica.
Da ultimo, non dimentichiamo che rispetto a un secolo fa l’Italia – come tutte le nazioni – è ormai inserita in un sistema globale estremamente strutturato: Unione Europea, G7, G20, ONU, NATO, per tacere dei creditori detentori del nostro enorme debito pubblico. Un premier più stabile e il suo esecutivo dovranno fare i conti con una quantità di oneri e di vincoli tale da rendere di fatto impossibile deragliare dal tracciato della democrazia.