Sono passati pochi giorni dal 25 aprile e, come ogni anno, non sono mancate le polemiche. Dichiarazioni ritenute troppo forti o troppo deboli, sincere o strumentali, prese di distanza e scontri sulla storia e sull’attualità internazionale. Ogni volta sembra che ci sfugga un aspetto fondamentale della lezione che la memoria dovrebbe insegnarci.
È dalla guerra di liberazione che prese avvio il percorso costituente, animato da uomini e donne che avevano vissuto in prima persona la Resistenza. Non solo con l’impegno politico, ma anche con il peso emotivo di chi aveva affrontato il conflitto, lo scontro e le differenze interne a quel fronte comune. Laici, cattolici, comunisti, liberali: visioni diverse che dovettero trovare un punto d’incontro per definire le regole di funzionamento della Repubblica che stava per nascere.
Forse è proprio da lì che emerge – o si conferma – la natura transitoria della nostra Repubblica, sempre compressa dall’eccezionalità del contesto e quindi incapace di consolidare regole durature e stabili. Una condizione ben descritta da Giovanni Guzzetta nel suo libro La Repubblica transitoria.

Alla nascita della Repubblica, l’Italia era divisa tra due paure: da una parte il rischio di una sovietizzazione in caso di vittoria della sinistra, dall’altra la paura di un’eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti se avesse vinto la destra. Per questo si scelse di costruire una Costituzione con forti contrappesi, pensata per impedire a chiunque di prendere davvero il controllo. Il sistema favoriva coalizioni deboli e governi instabili, incapaci di portare il Paese in modo deciso verso una delle due direzioni.
Il dibattito costituente fu attraversato da timori legati alla debolezza dell’esecutivo, alla fragilità della leadership del Presidente del Consiglio, alla litigiosità cronica delle coalizioni e alle degenerazioni del parlamentarismo post-statuto albertino. Celebre, a tal proposito, l’intervento di Piero Calamandrei nella prima Sottocommissione nel settembre 1946:
“Il problema è questo: come far funzionare una democrazia che non può contare sul sistema dei due partiti – che in Italia non esiste e non esisterà per un po’ – e che deve invece reggersi su una pluralità di partiti, i quali possono governare solo attraverso coalizioni… coalizioni che mancano di coesione e si sfaldano.”
Il risultato dei lavori della Commissione dei Settantacinque fu quindi una Costituzione pensata più per difendere che per rendere efficiente, basata su un impianto fortemente assembleare e su un sistema di contrappesi spesso più incisivi dei pesi stessi, con una leadership del Presidente del Consiglio volutamente contenuta.
Calamandrei, tra i fondatori del Partito d’Azione e uno dei più grandi giuristi italiani, definì quel modello un “vecchio sistema”, che inevitabilmente avrebbe prodotto governi di coalizione instabili.
“Durante la discussione nella Seconda Sottocommissione – ricordava – avevamo proposto, seppur isolati e senza insistere troppo, una forma che somigliasse a una repubblica presidenziale o almeno a un governo presidenziale, capace di rendere più durature le coalizioni, fondate su un programma dettagliato condiviso in partenza dai partiti. Ma su questo, che è il nodo della democrazia – la stabilità del governo – nel progetto non c’è quasi nulla.”
“Dietro ogni articolo della Carta costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza” ricordava Sandro Pertini. “La Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi.”
Verissimo. Ma difendere la Repubblica non significa irrigidirla nella sua forma originaria, bensì renderla capace di adattarsi, funzionare e rispondere con efficacia alle sfide del presente. L’immobilismo come strumento di difesa, al contrario, la espone ai pericoli concreti che oggi minacciano le democrazie in tutto il mondo.
Alessandro Tommasi
Direttore ioCambio