Domenica scorsa le Marche sono tornate al voto per le elezioni regionali, ma il dato che più colpisce non riguarda i risultati delle urne, bensì la partecipazione: l’affluenza è stata del 50,4%, 10 punti più bassa del 2020 (60,5%). Un segnale che non può essere ignorato e che racconta un distacco crescente tra cittadini e istituzioni.
La questione è nota: troppi elettori scelgono di non votare perché percepiscono una distanza tra ciò che viene promesso e ciò che viene realizzato.
Come ha sottolineato Arianna Meloni, “gli elettori scelgono di non votare perché troppo spesso si vedono raccontare delle cose e poi dalle amministrazioni ne vedono fare delle altre. E noi stiamo lavorando concretamente su questo con la riforma del premierato”.
Ed è proprio qui che il premierato può offrire una risposta concreta.
Dare maggiore stabilità e coerenza all’azione di governo significa rendere più trasparente il rapporto tra chi governa e i cittadini, riducendo quella frattura che oggi porta milioni di persone a disertare le urne.
Il percorso della riforma costituzionale continua: non si tratta solo di una modifica tecnica dell’assetto istituzionale, ma di un intervento che può restituire fiducia e rendere più forte la democrazia. Perché senza partecipazione non c’è futuro per le nostre istituzioni.
LE OBIEZIONI ALLA RIFORMA
Se ti dicono:
“Con il premierato non ci sarà più la possibilità di avere governi tecnici guidati da profili di altissimo livello come Amato, Ciampi, Dini, Monti, Dragh”.
Rispondi così:
I governi tecnici sono stati necessari proprio a causa della fragilità e del “brevetermismo” dei governi che li hanno preceduti. Ma non dovremmo considerare un punto di forza il fatto di dover ricorrere periodicamente a un “medico d’urgenza”.
La riforma del premierato, stabilizzando il quadro politico e permettendo di attuare le altre riforme, eliminerebbe la necessità di governi tecnici, che restano un’anomalia nel panorama europeo. Dal dopoguerra in Italia se ne sono contati sei, come Grecia e Romania, mentre Francia, Spagna, Germania e Regno Unito non ne hanno mai avuti. Non è un caso, appunto, che in Italia i governi tecnici siano sempre intervenuti dopo governi deboli e di breve durata: Draghi dopo Conte II, Dini dopo Berlusconi I, Ciampi dopo Amato.
Un governo tecnico è come un medico rianimatore che interviene quando e’ in gioco la sopravvivenza del paziente: utile nell’emergenza, ma l’obiettivo vero dev’essere non averne più bisogno grazie a una democrazia finalmente stabile e funzionante.
Alla prossima!