Cari appassionati del cambiamento,
il referendum del 22 marzo è stato un passaggio molto significativo, e vale la pena fermarsi a ragionarci insieme.
Non tutti si rendono conto di quanto sia raro, nella storia della nostra Repubblica, un referendum costituzionale. In ottant’anni ne abbiamo avuti soltanto cinque – a fronte di settantasette referendum abrogativi di leggi ordinarie. È uno strumento eccezionale, perché eccezionale è ciò che si propone di fare: modificare assetti e disegni predisposti dai nostri padri costituenti, rimasti sostanzialmente immutati da quasi un secolo.
Una modifica della costituzione è il momento di cambiamento più profondo, difficile e doloroso per il nostro paese.
- Difficile, perché per completarlo servono maggioranze larghissime in Parlamento – i due terzi dei componenti – oppure decine di milioni di cittadini che trovino il coraggio di mobilitarsi e votare sì al cambiamento.
- Doloroso, perché quando una maggioranza politica lo propone, l’opposizione ha sempre gioco facile nello scatenare una campagna trasversale, allarmista, capace di unificare chi si oppone nel nome della difesa dell’ordine costituzionale. È accaduto sia quando a proporlo è stata la destra, sia quando lo ha fatto la sinistra.
A tutto questo si aggiunge ciò che i risultati di questo referendum ci hanno detto con chiarezza. Su una riforma tecnica, tutto sommato limitata e circoscritta – che di fatto riguardava uno dei servizi ai cittadini, la giustizia – la maggior parte della popolazione si è opposta al cambiamento.
Ha vinto la difesa dello status quo rispetto al desiderio di rinnovamento. Quindici milioni di persone, e moltissimi giovani e giovanissimi, hanno detto NO all’idea che questa classe politica metta mano, di fatto unilateralmente, a una delle poche certezze che restano nel nostro paese.
La Costituzione, seppure imperfetta, è ancora percepita come un’ancora in un mondo caotico, dagli assetti sempre più liquefatti e in qualche modo spaventoso.
È un segnale che non possiamo ignorare.
ioCambio promuove da cinque anni un cambiamento ben più ampio, ambizioso – forse perfino rivoluzionario – di una riforma della giustizia.

La nostra associazione è nata proprio per promuovere una grande riforma della Costituzione: la revisione del nostro assetto istituzionale, degli equilibri e dei rapporti tra governo, parlamento, presidente della Repubblica e cittadini, in modo da garantire stabilità, governabilità e senso di responsabilità nel nostro paese.
Un progetto fatto non certo di piccoli aggiustamenti, ma una visione radicalmente diversa di come vorremmo essere governati.
Dobbiamo tuttavia prendere atto, con lucidità, del segnale inequivocabile prodotto dalle urne il 22 marzo: riforme di questa portata non sono perseguibili a colpi di maggioranza.
Servirebbe un approccio bipartisan, di natura costituente, ben diverso da quello che le attuali forze politiche danno segno di possedere o anche solo di voler cercare.
I prossimi mesi saranno cruciali per capire se e quanto le parti politiche siano disposte a muoversi in questa direzione. Noi continueremo a seguire da vicino l’evoluzione del dibattito.
A presto,
Nicola Drago