“Per ogni problema complesso, c’è una soluzione semplice, che è sbagliata”
diceva George Bernard Shaw, Premio Nobel per la letteratura nel 1925.
I nostri politici sembrano agire sempre secondo il principio contrario. Amano proporre soluzioni semplici e immediate, più indolori possibili, a problemi complessi, stratificati e trascurati per decenni.
Si continua a discutere molto di legge elettorale come strumento per garantire stabilità ai governi e responsabilizzare la politica. Noi ne abbiamo già parlato nella scorsa newsletter, ma vale la pena condividere qualche ulteriore riflessione.
Iniziamo ricordando che negli ultimi trent’anni abbiamo già cambiato quattro leggi elettorali — Mattarellum, Porcellum, Italicum e Rosatellum — e ora si discute di introdurne una quinta (Donzellum?).

Nonostante tutti questi tentativi, solo nelle due legislature precedenti all’attuale abbiamo avuto ben sei governi: Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I, Conte II e Draghi.
E’ evidente che la legge elettorale, da sola, non risolve il problema della stabilità.
Perché?
Perché l’impatto della legge elettorale sulla durata dei governi è molto limitato. In fondo, non è altro che una formula — oggi diremmo un algoritmo — che trasforma i voti ottenuti dai partiti in seggi alla Camera e al Senato.
È, in pratica, il meccanismo che assegna i “posti in classe” il primo giorno di scuola. E infatti il suo effetto si esaurisce in poche ore: la notte dello spoglio.
Da lì in poi — per i cinque anni successivi — ciò che determina la condotta degli “alunni” e incide davvero sulla la tenuta di un governo non è la legge elettorale, ma il comportamento dei parlamentari e i rapporti di forza tra Parlamento, Governo e Presidente del Consiglio.
Questi rapporti dipendono dall’assetto istituzionale: dalle regole sulla fiducia, dalla gerarchia tra organi, da chi può imporre una decisione, da quali poteri di pressione ciascuna istituzione può esercitare, da cosa hanno da perdere coloro che decidono di mettere in crisi un governo ecc.
Senza intervenire su questi equilibri ed incentivi — quindi senza aggiornare la forma di governo — è illusorio pensare che basti cambiare la legge elettorale per ottenere governi più stabili.
Un esempio: in molte democrazie parlamentari, come Spagna e Svezia, il premier può sciogliere le Camere. Lo stesso accade con i sindaci nei nostri Comuni sopra i 15 mila abitanti.
Se anche in Italia il Presidente del Consiglio avesse questo potere, un partito della coalizione ci penserebbe due volte prima di aprire una crisi: il premier potrebbe rispondere minacciando lo scioglimento anticipato della legislatura e quindi la fine del mandato per tutti i parlamentari. Ma introdurre un potere del genere richiede una modifica della seconda parte della Costituzione.
In conclusione, la stabilità “strutturale” può essere raggiunta attraverso l’elezione diretta del premier o comunque rivedendo in profondità i poteri e gli equilibri tra le istituzioni. In entrambi i casi, si deve compiere l’impervio cammino dell’articolo 138 della costituzione: per modificare la costituzione servono o una maggioranza dei due terzi in Parlamento o un referendum confermativo.

Come spesso accade nella vita, per i cambiamenti profondi e risolutivi non ci sono scorciatoie.
E attenti a chi ve le propone…