Mancano meno di due mesi al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, e la campagna è entrata nel vivo.
Come prevedibile, il dibattito pubblico si sta polarizzando: da una parte il centrodestra compatto per il Sì, dall’altra il campo largo (Pd, M5S, AVS) e l’ANM per il No.
Tutto previsto, tutto scontato. O quasi.
Perché se si guarda con attenzione, emerge qualcosa di diverso. Qualcosa che ci piace raccontare e che conferma una tesi che sosteniamo da sempre:
quando si parla di modifiche della Costituzione, l’appartenenza politica non dovrebbe essere l’unico criterio di giudizio.
La sinistra che pensa con la sua testa
A Firenze, lo scorso 12 gennaio, si è tenuto un evento che ha fatto rumore: “La sinistra che vota Sì”, promosso da Libertà Eguale. Sul palco, nomi “pesanti” che hanno costituito la storia della sinistra

Augusto Barbera, presidente emerito della Corte costituzionale ed ex parlamentare del Pci e del Pds, ha dichiarato senza giri di parole: “Al referendum voterò sì”. La sua motivazione è netta: “Attualmente giudici e pm sono insieme nel Csm e insieme si giudicano. Per questo è corretto che ci siano due Consigli superiori, uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri e un’Alta corte disciplinare.”
E non è solo. Insieme a lui hanno preso posizione per il Sì Pina Picierno (europarlamentare PD), Enrico Morando (ex viceministro dell’economia governi Renzi/Gentiloni), Stefano Ceccanti (costituzionalista ed ex deputato del Pd), Anna Paola Concia (ex deputata del Pd), Enzo Bianco (ex Ministro dell’interno governi D’alema/Amato).
Barbera lo dice chiaramente:
“Dal Pd ho ricevuto diverse chiamate di apprezzamento. Molti in quell’area hanno la mia medesima opinione. Anche se alcuni preferiscono non esporsi”
Cosa significa? Che dentro la sinistra esiste un pezzo importante – storicamente radicato, culturalmente solido – che non si accontenta degli “ordini di scuderia” e valuta la riforma nel merito, senza farsi condizionare dalla contrapposizione politica.
Il punto che ci sta a cuore
Quello che stiamo vedendo in queste settimane conferma una cosa che ripetiamo da sempre: i grandi cambiamenti della Costituzione non dovrebbero essere “di destra” o “di sinistra”, persino i padri costituenti su molte materie hanno avuto dei dubbi e hanno dato vita a dibattiti molto accesi anche all’interno di uno stesso partito. Oggi tutti noi dovremmo farci un’opinione con la nostra testa, selezionando fonti indipendenti e stando molto attenti ad ascoltare coloro che hanno troppo da perdere o troppo da guadagnare da un determinato cambiamento.
Come ha ricordato Barbera, “i cittadini non sono chiamati a votare con un ‘sì’ a favore del governo Meloni, né con un ‘no’ contro il governo. Avremo presto altre occasioni – le elezioni politiche del 2027– per fare sentire il nostro dissenso”

Ed è esattamente lo stesso principio che vorremmo si applicasse al premierato, quando arriverà il suo momento. Non si tratta di sostenere o affossare un governo, ma di chiedersi:
- questa riforma migliora il nostro sistema?
- Rende più responsabili i politici?
- Migliora la vita ai cittadini?
Noi continueremo la nostra attività divulgativa per spiegare in maniera indipendente i pro e i contro della riforma e cosa può essere migliorato.