Bisogna avere il tempo, nella vita, per fare qualsiasi cosa di rilevante.
Ogni progetto minimamente ambizioso che portiamo avanti, nel lavoro così come nella vita privata, necessita di un periodo ragionevolmente lungo per produrre dei risultati significativi, nella maggior parte dei casi ci vogliono anni.
I governi italiani invece, per svolgere il difficile compito di guidare il paese in un mondo sempre più complesso e tumultuoso, hanno a disposizione in media 13 mesi. Poco più di un anno, per insediarsi, prendere le misure con i problemi da risolvere, formare una squadra (i ministri e tutti i loro staff), guadagnarsi la fiducia dei vari interlocutori e dei governi stranieri. Dopodiché statisticamente vanno a casa, cadono sotto il peso di una crisi scatenata magari da quelli che fino a poco prima ritenevano “alleati” all’interno della maggioranza che li sosteneva. Caso tristemente unico al mondo quello italiano, con pochissime eccezioni nella storia repubblicana, tanto che dal dopoguerra si sono susseguiti 68 governi in 78 anni.

Anche di questo, dell’importanza del tempo a disposizione, abbiamo parlato lunedì scorso a Milano, presso la sede di Assolombarda, in occasione della presentazione del libro di Nicola Drago “Il Premierato non è di destra”. Insieme all’autore, i relatori Sabino Cassese, il Presidente di Assolombarda Alessandro Spada, l’imprenditrice Maria Anghileri, il giornalista Antonio Calabrò e il sottoscritto hanno concordato che, senza un tempo congruo a disposizione, nessun governo proverà a combinare qualcosa di buono per i cittadini. Una forma di governo rivista, che superi il nostro parlamentarismo estremo, deve avere come primo obiettivo quello di stabilizzare i governi e allungarne la vita utile.

Oltre a questo, abbiamo testato il format “la sfida delle obiezioni”, ovvero abbiamo risposto alle obiezioni più comuni sollevate da coloro che dubitano della necessità di riforme istituzionali.
Qui sotto vi riportiamo una delle obiezioni più comuni, con relativa risposta, in modo che possiate usarla anche voi, ad una cena con amici o alla prima occasione di dibattito sul tema.
Se ne avete colte delle altre, inviatecele e vi forniremo le risposte più efficaci!
Un saluto,
Alessandro Tommasi
Direttore ioCambio
Le obiezioni alla riforma.
Se ti dicono:
“Ma siamo sicuri che serva la riforma? Il governo Meloni, per esempio, è nato con una maggioranza ampia e ha dato prova di stabilità.”
Rispondi così:
La stabilità del governo Meloni è un’eccezione del tutto contingente, legata a due fattori decisamente inusuali nella politica italiana: un partito della maggioranza di governo (Fratelli d’Italia) uscito dalle urne molto forte rispetto agli alleati (Forza Italia e Lega) e un’opposizione debole ed estremamente divisa. Dopo ben sei governi instabili e di breve durata in dieci anni (Letta, Renzi, Gentiloni, Conte1, Conte2 e Draghi), averne uno stabile non si può considerare la regola, ma l’eccezione.
Con le elezioni del 2022 si è creata una situazione che per lungo tempo non si era vista in Italia. Innanzitutto, il partito risultato vincitore, (FdI), ha conquistato oltre il triplo dei consensi rispetto agli altri partiti di destra, Forza Italia e Lega, (circa 24% contro l’8% degli altri due), ottenendo un incarico di governo solido e meno esposto a ricatti. Specularmente, il maggior partito di opposizione, il Pd, ha pagato il prezzo di una lunga crisi di leadership, con la Segretaria che infine si è affermata, Elly Schlein, fortemente discussa all’interno del partito; nel frattempo, con gli altri partiti dello schieramento, Movimento 5 Stelle e Avs, i rapporti sono tesi e contrastati, il che compromette l’efficacia dell’opposizione al governo.
Non dimentichiamo infine che con le due precedenti legislature 2013-2018 e 2018-2022, come abbiamo visto, le cose sono andate molto diversamente: esito delle elezioni incerto, forzatura nella creazione di maggioranze post-elettorali bizzarre e in contrasto con il voto dei cittadini, coalizioni molto composite, eterogenee e fragilissime, governi brevi e inconcludenti, ricorso a governo tecnico. Se la stabilità non è “codificata” nel sistema istituzionale, basta poco per precipitare di nuovo nel caos.
