
L'audizione in Commissione Affari costituzionali
Testo e video integrale dell’audizione di Nicola Drago alla Camera (Commissione Affari costituzionali) del 9 luglio 2025
Signora Ministro, Signor Presidente, Onorevoli Deputate e Deputati,
vi ringrazio per avermi concesso questa opportunità di intervenire su un tema così rilevante per il futuro del nostro Paese. È un onore per me poter portare un contributo a questa discussione.
Mi presento: sono Nicola Drago, imprenditore, sposato e padre di due figlie.
Vice presidente del Gruppo De Agostini, una realtà imprenditoriale ultracentenaria, giunta alla quinta generazione di azionisti, che oggi opera come conglomerata internazionale con oltre 3 miliardi di euro di ricavi.
Non sono un politico, né un costituzionalista. La mia esperienza nasce nel mondo dell’impresa, e più in generale nell’ambito della gestione di organizzazioni complesse. Ho passato più di vent’anni a lavorare, dentro e fuori l’azienda, in contesti molto diversi, e se c’è una lezione che ho imparato — una lezione semplice, concreta — è questa: per fare bene le cose, per realizzare cambiamenti utili a una comunità, servono due condizioni fondamentali per chi le guida: tempo e adeguati poteri. Senza entrambe queste due componenti, non può esistere vera responsabilizzazione dei leader. E senza responsabilizzazione, non ci può essere buon governo e quindi progresso.
Vorrei soffermarmi un attimo su questi concetti, perché credo che rappresentino la chiave per comprendere il nostro sostegno — mio e dell’associazione ioCambio — alla proposta di riforma istituzionale del Premierato.
- Il tempo come fattore determinante per governare bene
Per raggiungere risultati concreti e duraturi, servono anni. In ogni ambito della vita — dall’impresa all’educazione, dalla sanità alla cultura, fino alla gestione dei flussi migratori — serve tempo per capire a fondo i problemi, sviluppare soluzioni solide, costruire team competenti e motivati, sperimentare e correggere il tiro, e infine implementare i progetti su larga scala, raccogliendone poi i frutti.
Per esperienza personale, so che servono almeno tre anni per compiere un progetto complesso, e in genere almeno cinque per portarlo a termine e valutarne i risultati. Non solo in un’azienda, ma anche all’interno di un ospedale, di un’associazione benefica, di un condominio. Ma come può un governo che, nel nostro sistema, dura in media 13 mesi, affrontare con successo i grandi nodi strutturali del Paese? In 78 anni di Repubblica, abbiamo avuto 68 governi. È evidente che questo ritmo impone una logica dell’emergenza e dell’improvvisazione, non della pianificazione e della serietà.
- Adeguati poteri e principio della responsabilità
Oltre al tempo, servono leve efficaci da poter attivare. Chi guida un’organizzazione complessa deve poter costruire una squadra coesa, con obiettivi comuni e incentivi allineati, in grado di lavorare con disciplina e visione unitaria. Nelle aziende, come nelle istituzioni sanitarie, nelle scuole, nelle associazioni o perfino nelle famiglie, il principio è sempre lo stesso: i leader devono poter nominare, coordinare, valutare e — se necessario — sostituire le persone della loro squadra. Solo così si costruisce una responsabilità autentica, e quindi una leadership efficace.
Ma oggi, in Italia, un Presidente del Consiglio non ha questi poteri. Non può nominare né rimuovere direttamente i propri ministri. Deve mediare continuamente tra partiti, correnti e sottocorrenti. I ministri spesso rispondono più al proprio sponsor politico che al Capo del Governo. In questo quadro, come possiamo pretendere che si realizzi una visione coerente, una linea di governo stabile, una vera responsabilità politica?
- Un problema sistemico, non contingente
Non stiamo parlando di un problema legato alla classe politica attuale, o a un singolo governo. Si tratta di una debolezza strutturale del nostro sistema istituzionale, che affonda le radici nelle distorsioni del parlamentarismo così come si è evoluto nel nostro Paese. Una debolezza di cui erano ben consapevoli anche i nostri Padri Costituenti che, non a caso, immaginarono meccanismi correttivi, la maggior parte dei quali rimasti inattuati.
La verità è che non abbiamo ancora trovato un assetto istituzionale in grado di garantire stabilità, responsabilità e visione di lungo periodo. E il costo di questa incertezza è enorme: lo paghiamo in ritardi, in inefficienze, in occasioni perse. Lo paghiamo ogni giorno, noi cittadini, noi imprenditori, e soprattutto lo pagano le nuove generazioni, che si trovano in un sistema bloccato, dove i giovani che si affermano sono quelli che partono da una situazione avvantaggiata. L’ascensore sociale è inchiodato, e i giovani più in gamba se ne vanno, a centinaia di migliaia, all’estero.
- Perché sosteniamo il Premierato
Per tutte queste ragioni, io e l’associazione ioCambio sosteniamo l’introduzione del Premierato con elezione diretta del Presidente del Consiglio. È una riforma che va nella direzione della chiarezza, della responsabilità e dell’efficacia.
L’elezione diretta del Premier, sulla falsariga di quanto già avviene con i sindaci, crea un legame diretto tra cittadino ed esecutivo. Il capo del governo acquisisce legittimità popolare, e può essere giudicato in modo trasparente alla fine del suo mandato. Questo rafforza il principio democratico della rendicontazione: i cittadini sapranno chi ha preso le decisioni, chi ha mantenuto le promesse e chi no.
- Alcune raccomandazioni per migliorare il testo
Detto questo, permettetemi due suggerimenti, frutto del lavoro che la nostra associazione ha portato avanti negli ultimi anni insieme a importanti costituzionalisti ed esperti di istituzioni, tra cui Augusto Barbera, Sabino Cassese, Natale D’Amico, Giovanni Guzzetta, Alessandro Sterpa.
Primo: il testo può e deve essere migliorato. Ad esempio, proponiamo l’introduzione di un ballottaggio per il Premier, così da garantire maggiore rappresentatività; proponiamo inoltre che l’elezione del Presidente della Repubblica avvenga sempre con una maggioranza di due terzi, per assicurarne la neutralità; infine, suggeriamo di inserire uno Statuto delle Opposizioni, affinché siano tutelate le minoranze e si favorisca un confronto democratico serio. Con queste modifiche, tra l’altro, il premierato sarebbe gradito anche ad una parte importante degli elettori di centrosinistra, come dimostra un sondaggio che abbiamo recentemente pubblicato con SWG.
Secondo: fate ogni sforzo per costruire un ampio consenso. Parlatevi, cercate una sintesi. Anche se non sarà possibile arrivare ai due terzi del Parlamento e sarà necessario passare dal referendum confermativo, evitiamo che la riforma venga vissuta come un’imposizione o una bandiera ideologica. Non dimentichiamo che il Premierato era una delle proposte centrali della Bicamerale guidata da Massimo D’Alema, e rappresentava la tesi numero uno dell’Ulivo. Non è una questione di destra o sinistra. È una questione di efficienza istituzionale.
- L’impegno di ioCambio e il valore dell’indipendenza
La nostra associazione, ioCambio, è nata oltre tre anni fa con questo unico obiettivo: offrire uno spazio indipendente, apartitico, in cui costruire ponti tra culture politiche diverse, sul tema dell’aggiornamento istituzionale. Abbiamo coinvolto esperti, cittadini, amministratori locali, accademici, giovani. Oggi ci seguono in decine di migliaia di persone, alimentiamo un dibattito basato sul merito delle proposte, e non sull’appartenenza ideologica.
Siamo convinti che la proposta del Premierato non appartenga a nessun campo politico in particolare. È una soluzione tecnica a un problema sistemico, e riguarda tutti i cittadini. Stabilizzare i governi in maniera strutturale significa garantire la possibilità di portare avanti programmi politici con continuità, qualunque sia il colore di chi vince le elezioni.
- Una motivazione personale
E se posso chiudere con una nota personale — molti di voi si staranno chiedendo perché mai un imprenditore dovrebbe occuparsi di riforme istituzionali. La risposta è semplice: per le mie due figlie, ma soprattutto per milioni di ragazze e ragazzi – meno privilegiati delle mie- che oggi vivono in un Paese che offre meno opportunità di quante dovrebbe. Un Paese che si trascina problemi irrisolti da quarant’anni, paralizzato da un sistema che non riesce a decidere, a cambiare, a costruire, e che li costringe ad emigrare.
Sono profondamente convinto che modernizzare le istituzioni e dare vita a governi stabili e responsabili sia il primo passo necessario per abilitare tutte le altre riforme di cui abbiamo un disperato bisogno: dalla scuola alla giustizia, dalla sanità alla digitalizzazione, dal lavoro alla transizione ecologica. Nessuna riforma può funzionare davvero se chi governa non ha tempo, poteri adeguati e responsabilità.
Per questo, vi chiedo: non lasciate che anche questo tentativo fallisca. Ne abbiamo già visti almeno sei di fallimenti in quarant’anni, dalla Commissione Bozzi del 1984 fino al referendum del 2016. Questo è un treno che passa ogni dieci anni. Non possiamo permetterci di perderlo di nuovo.
Grazie per l’attenzione